Metriche di sicurezza, KPI e reporting al Consiglio di Amministrazione: trasformare i dati di cybersecurity in informazioni sul rischio aziendale

Published: Settembre 2, 2026

Come bloccare a livello DNS siti pericolosi e contenuti indesiderati

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image of people at the table discussing business. A projector also showing data on the wall.

I team di cybersecurity hanno accesso a una quantità di dati mai vista prima. Alert, incidenti, vulnerabilità, tempi di remediation, minacce bloccate e copertura dei controlli: oggi tutto può essere misurato. Tuttavia, disporre di più metriche di sicurezza non significa necessariamente comprendere meglio il rischio cyber.

Per i CISO, la vera sfida consiste nel decidere che cosa misurare, quali indicatori trasformare in KPI e quali informazioni siano davvero necessarie al Consiglio di Amministrazione. Un report di sicurezza può essere tecnicamente accurato e risultare comunque inefficace se non chiarisce se il rischio è in aumento, quale impatto potrebbe avere sulle attività aziendali e dove siano necessari interventi o investimenti.

In questo articolo analizzeremo la differenza tra metriche di sicurezza, KPI e KRI, individueremo gli indicatori di cybersecurity rilevanti a livello operativo e per il Consiglio di Amministrazione ed esamineremo come trasformare i dati tecnici di sicurezza in informazioni utili sul rischio e sul business. Approfondiremo inoltre la quantificazione del rischio cyber, il NIST CSF 2.0 e il ruolo della telemetria di sicurezza DNS nel misurare i cambiamenti nell’esposizione alle minacce.

Il principio di fondo è semplice: il Consiglio di Amministrazione non ha bisogno di più dati sulla cybersecurity, ma di una visione più chiara del rischio cyber.

Che cosa sono le metriche di sicurezza e i KPI di cybersecurity?

Le metriche di sicurezza forniscono dati misurabili sulle attività, sugli eventi e sui controlli di cybersecurity. Consentono ai team di sicurezza di comprendere che cosa accade all’interno dell’infrastruttura e di valutare l’efficacia delle operazioni di sicurezza.

Alcuni esempi sono il numero di vulnerabilità rilevate, gli incidenti di sicurezza, le connessioni malevole, i tentativi di phishing o gli endpoint protetti da uno specifico controllo.

Un KPI di sicurezza (Key Performance Indicator) va oltre la semplice misurazione.

Anziché limitarsi a quantificare un’attività, misura le prestazioni rispetto a un obiettivo di sicurezza definito.

Prendiamo come esempio la gestione delle vulnerabilità:

  • 347 vulnerabilità rilevate è una metrica di sicurezza.
  • Il 92% delle vulnerabilità critiche è stato corretto entro lo SLA stabilito è un KPI di sicurezza.

Il primo dato descrive ciò che è presente. Il secondo indica se l’organizzazione sta raggiungendo un obiettivo di sicurezza prestabilito.

Metriche di sicurezza, KPI e KRI: le differenze

Nel definire il reporting di cybersecurity, i CISO devono considerare anche un’altra categoria: i KRI (Key Risk Indicator), ovvero gli indicatori chiave di rischio.

I KRI si concentrano sull’evoluzione del rischio, non soltanto sulle prestazioni operative.

Un modo utile per distinguere i tre concetti è il seguente:

Metrica → Che cosa sta accadendo?

KPI → Stiamo ottenendo le prestazioni previste?

KRI → Il nostro livello di rischio sta cambiando?

Questa distinzione diventa particolarmente importante quando le informazioni passano dal SOC e dai team di sicurezza al management e al Consiglio di Amministrazione.

Il Consiglio raramente ha bisogno di conoscere l’intero quadro operativo. Gli servono invece le informazioni necessarie per capire se l’esposizione al rischio dell’organizzazione rimane coerente con i suoi obiettivi, la propensione al rischio e le priorità di business.

Il problema delle metriche di cybersecurity tradizionali

Le piattaforme di cybersecurity possono generare enormi quantità di telemetria.

SIEM, EDR, firewall, piattaforme di identity management, strumenti di vulnerability management e soluzioni di sicurezza DNS producono continuamente informazioni su eventi, utenti, asset e minacce.

La disponibilità di tutti questi dati può indurre a riportare ciò che è più facile contare.

Il risultato può essere una dashboard di grande impatto visivo, ma sorprendentemente povera di informazioni sul rischio cyber effettivo.

Le metriche di attività possono creare un falso senso di sicurezza

Consideriamo alcune metriche di cybersecurity comunemente riportate:

  • numero di attacchi bloccati;
  • alert generati;
  • vulnerabilità individuate;
  • email di phishing intercettate;
  • malware rilevati;
  • ticket di sicurezza chiusi.

Non si tratta di metriche inutili. I team di sicurezza ne hanno bisogno per monitorare le operazioni e comprendere i carichi di lavoro.

Il problema nasce quando l’attività viene confusa con il risultato in termini di sicurezza.

La tua organizzazione ha bloccato 500.000 connessioni malevole nell’ultimo trimestre. È una buona notizia?

Forse.

Potrebbe significare che i controlli di sicurezza stanno prevenendo efficacemente gli attacchi. Ma potrebbe anche indicare un drastico aumento dell’attività malevola contro l’organizzazione.

Senza un contesto aggiuntivo, il dato non permette di capire quale delle due interpretazioni sia corretta.

Un numero più alto non è necessariamente un risultato migliore

Immaginiamo di riportare questo dato:

Domini malevoli bloccati: +40% rispetto al trimestre precedente.

L’aumento potrebbe dipendere da diversi scenari:

  • è aumentata l’esposizione alle minacce;
  • sono migliorate le capacità di rilevamento;
  • è cresciuto il numero di utenti o endpoint monitorati;
  • sono cambiate le policy;
  • gli attaccanti stanno prendendo di mira l’organizzazione con maggiore intensità.

La metrica grezza non consente di distinguere tra queste possibilità.

Per questo motivo, una misurazione efficace della cybersecurity richiede baseline, obiettivi, soglie, trend e contesto.

Una metrica acquista più valore quando permette di rispondere alla domanda:

Rispetto a che cosa?

E diventa ancora più utile quando consente di spiegare:

Perché è cambiata e che cosa comporta questo cambiamento per l’azienda?

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Dalle metriche di attività alle metriche di rischio cyber

Un programma maturo di misurazione della sicurezza dovrebbe trasformare progressivamente i dati operativi in informazioni a supporto della gestione del rischio.

Un modello utile è: Attività → Prestazioni → Rischio → Impatto sul business

Ogni livello risponde a una domanda diversa.

Metriche di attività: che cosa è successo?

Le metriche di attività descrivono gli eventi di sicurezza e il carico di lavoro operativo.

Alcuni esempi:

  • minacce rilevate;
  • connessioni malevole bloccate;
  • alert generati;
  • vulnerabilità individuate;
  • incidenti di sicurezza;
  • violazioni delle policy.

Queste metriche assicurano visibilità e sono essenziali per le attività operative di sicurezza, ma richiedono generalmente un’interpretazione ulteriore prima di diventare significative a livello executive.

Metriche di performance: i nostri controlli sono efficaci?

Le metriche di performance misurano l’efficacia con cui operano la funzione di sicurezza e i relativi controlli.

Alcuni esempi:

  • Mean Time to Detect (MTTD), ovvero il tempo medio di rilevamento;
  • Mean Time to Respond o Remediate (MTTR), ovvero il tempo medio di risposta o remediation;
  • percentuale di vulnerabilità critiche corrette entro lo SLA;
  • copertura dei controlli di sicurezza;
  • tasso di recidiva degli incidenti;
  • copertura delle capacità di rilevamento.

L’attenzione si sposta così dai volumi all’efficacia.

Anziché limitarsi a contare le vulnerabilità presenti, ad esempio, l’organizzazione può valutare con quale efficacia vengono corrette quelle critiche.

Metriche di rischio e di risultato: la nostra esposizione sta cambiando?

Le metriche di rischio aggiungono un ulteriore livello di contesto.

Aiutano il management a comprendere se l’esposizione dell’organizzazione è in aumento, in diminuzione o rimane stabile.

Tra gli indicatori rilevanti possono rientrare:

  • esposizione degli asset critici;
  • vulnerabilità ad alto rischio non risolte;
  • rischio residuo;
  • esposizione al rischio di terze parti;
  • concentrazione del rischio nei sistemi critici per il business;
  • efficacia dei controlli di sicurezza nel tempo;
  • resilienza rispetto agli scenari di minaccia rilevanti.

È a questo livello che la misurazione della cybersecurity inizia a offrire un reale supporto alle decisioni del management.

Impatto sul business: che cosa comporta il rischio cyber per l’organizzazione?

L’ultimo passaggio consiste nel tradurre il rischio in potenziali conseguenze per il business.

Un incidente cyber può provocare:

  • indisponibilità operativa;
  • interruzione dei servizi;
  • perdita di fatturato;
  • conseguenze normative;
  • costi di ripristino;
  • danni reputazionali;
  • ripercussioni su clienti o supply chain.

Per il Consiglio di Amministrazione, questo contesto è essenziale.

La domanda non è più soltanto:

“Quanti incidenti abbiamo rilevato?”

Diventa invece:

“Quali scenari cyber potrebbero compromettere in modo significativo le nostre attività, i ricavi o gli obiettivi strategici? E siamo sufficientemente preparati ad affrontarli?”

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Quali KPI di cybersecurity monitorare?

Non esiste un insieme universale di KPI di cybersecurity adatto a ogni organizzazione.

Gli indicatori corretti dipendono dal panorama delle minacce, dall’ambiente tecnologico, dai requisiti normativi, dal modello di business e dalla propensione al rischio dell’organizzazione.

Esistono tuttavia alcune categorie che rappresentano un valido punto di partenza.

KPI per il rilevamento e la risposta agli incidenti

Le metriche di rilevamento e risposta agli incidenti consentono di valutare l’efficacia con cui i team di sicurezza identificano, contengono e risolvono le minacce.

Tra gli indicatori più comuni rientrano:

  • Mean Time to Detect (MTTD);
  • Mean Time to Respond o Remediate (MTTR);
  • gravità degli incidenti;
  • tasso di recidiva degli incidenti;
  • copertura delle capacità di rilevamento;
  • tempo di contenimento.

MTTD e MTTR sono particolarmente utili quando vengono monitorati come trend, anziché come valori isolati.

Un MTTR di nove ore, da solo, dice ben poco.

Se sei mesi prima era di diciassette ore, le prestazioni di sicurezza stanno migliorando. Se era di tre ore, stanno invece peggiorando.

KPI per la gestione delle vulnerabilità

La gestione delle vulnerabilità non dovrebbe ridursi al semplice conteggio delle vulnerabilità.

Tra gli indicatori più significativi rientrano:

  • numero di vulnerabilità critiche;
  • percentuale di vulnerabilità critiche corrette entro lo SLA;
  • tempo medio di remediation per livello di gravità;
  • ricorrenza delle vulnerabilità;
  • esposizione degli asset critici per il business;
  • anzianità delle vulnerabilità critiche non risolte.

L’obiettivo è comprendere non soltanto quante debolezze siano state individuate, ma anche con quale efficacia l’organizzazione riduca l’esposizione che ne deriva.

KPI relativi a identità e accessi

Le identità compromesse continuano a rappresentare uno dei principali vettori di attacco. Per questo gli indicatori relativi all’identità assumono particolare rilevanza.

Le organizzazioni possono monitorare:

  • copertura dell’autenticazione a più fattori (MFA);
  • esposizione degli account privilegiati;
  • violazioni delle policy di accesso;
  • account inattivi o obsoleti;
  • revisioni degli accessi privilegiati;
  • tentativi di accesso non autorizzati.

Anche in questo caso, il contesto è determinante. Una copertura MFA del 95% può sembrare elevata, finché non si scopre che il restante 5% comprende account privilegiati con accesso a infrastrutture critiche.

KPI relativi al rischio umano

Anche il fattore umano è una componente misurabile del rischio cyber.

Tra gli indicatori utili rientrano:

  • tasso di insuccesso nelle simulazioni di phishing;
  • completamento della formazione sulla consapevolezza in materia di sicurezza;
  • insuccessi ripetuti nelle simulazioni di phishing;
  • segnalazioni di attività sospette;
  • violazioni delle policy di sicurezza.

L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente dimostrare che la formazione è stata erogata, ma verificare se i comportamenti in materia di sicurezza stiano cambiando nel tempo.

KPI relativi al rischio di terze parti

Gli ecosistemi digitali dipendono sempre più da fornitori, cloud provider, software vendor e partner esterni.

Gli indicatori relativi alle terze parti possono quindi includere:

  • percentuale di fornitori critici sottoposti a valutazione;
  • criticità ad alto rischio dei fornitori ancora irrisolte;
  • incidenti di sicurezza riconducibili a terze parti;
  • concentrazione delle dipendenze critiche;
  • fornitori che superano le soglie di rischio stabilite.

Queste metriche consentono al CISO di estendere il confronto sul rischio oltre il perimetro dell’organizzazione.

KPI relativi alla sicurezza DNS e alle minacce web

La sicurezza DNS costituisce un’altra preziosa fonte di telemetria di sicurezza.

Tra le misurazioni rilevanti possono rientrare:

  • attività legata a domini malevoli;
  • destinazioni malevole bloccate;
  • andamento delle categorie di minaccia;
  • violazioni delle policy DNS;
  • attività DNS anomale;
  • variazioni dell’esposizione tra utenti, reti o sedi;
  • efficacia dei controlli a livello DNS.

Anche in questo caso, riportare semplicemente il numero complessivo di query DNS o di destinazioni bloccate raramente è sufficiente per un report destinato al management.

Il vero valore consiste nell’individuare pattern e variazioni nell’esposizione alle minacce.

La protezione a livello DNS può offrire visibilità sui tentativi di raggiungere destinazioni malevole o indesiderate prima che venga stabilita la connessione. La tecnologia di DNS filtering di FlashStart, ad esempio, utilizza intelligenza artificiale e machine learning per supportare il rilevamento e la classificazione dei domini sospetti, analizzando volumi molto elevati di richieste DNS all’interno della propria infrastruttura di protezione.

La domanda rilevante ai fini del reporting non è quindi soltanto “Quante richieste abbiamo bloccato?”, ma “Che cosa ci rivela l’attività DNS sull’evoluzione della nostra esposizione?”

Di quali metriche di cybersecurity ha davvero bisogno il Consiglio di Amministrazione?

Uno degli errori più comuni nel reporting di cybersecurity consiste nel trattare la dashboard destinata al Consiglio di Amministrazione come una versione semplificata di quella del SOC.

Le due dashboard hanno finalità profondamente diverse.

Il SOC necessita di dettagli operativi per indagare e intervenire.

Il Consiglio di Amministrazione ha invece bisogno di informazioni che supportino governance, supervisione e decisioni strategiche.

Un report di cybersecurity destinato al Consiglio dovrebbe quindi concentrarsi su un numero limitato di indicatori in grado di spiegare il rischio, i trend e le conseguenze per il business.

Esposizione al rischio

La prima domanda è fondamentale:

Il nostro rischio cyber sta aumentando o diminuendo?

Gli indicatori dovrebbero mostrare come evolvono le principali aree di esposizione e se queste rimangono entro i livelli di tolleranza al rischio definiti dall’organizzazione.

Cyber resilience

Prevenire ogni incidente cyber non è realistico.

Il Consiglio di Amministrazione deve quindi avere visibilità sulla capacità dell’organizzazione di mantenere o ripristinare le operazioni critiche in caso di incidente.

Tra gli indicatori rilevanti possono rientrare le prestazioni di ripristino, la capacità di contenimento degli incidenti, i test di resilienza e la capacità di ripristinare i servizi critici entro gli obiettivi stabiliti.

Esposizione degli asset critici

Non tutti i sistemi hanno lo stesso valore per il business.

La stessa vulnerabilità, se presente in un sistema isolato e non critico oppure in una piattaforma che genera ricavi, determina scenari di rischio molto diversi.

Il reporting destinato al Consiglio di Amministrazione dovrebbe quindi collegare l’esposizione cyber ad asset, servizi e processi aziendali critici.

Esposizione alle terze parti

Il rischio cyber si estende sempre più attraverso le supply chain e gli ecosistemi tecnologici.

Il reporting destinato al Consiglio di Amministrazione dovrebbe evidenziare se le dipendenze da fornitori critici generino un’esposizione significativa e se tale esposizione stia cambiando.

Efficacia degli investimenti in sicurezza

La spesa in cybersecurity, di per sé, non dimostra che il livello di sicurezza sia migliorato.

State spendendo di più in cybersecurity o state realmente diventando più sicuri?

Un sistema maturo di reporting sulla sicurezza dovrebbe aiutare a rispondere anche a questa domanda.

Le decisioni di investimento diventano più solide e giustificabili quando i CISO possono dimostrare in che modo le risorse contribuiscano a miglioramenti misurabili nell’efficacia dei controlli, nella resilienza o nella riduzione del rischio.

Protezione DNS di nuova generazione, interamente basata sul cloud e sull'intelligenza artificiale, facile da attivare.

Come costruire un report di cybersecurity efficace per il Consiglio di Amministrazione

Un reporting efficace per il Consiglio di Amministrazione non parte dagli strumenti impiegati nello stack di sicurezza.

Parte dagli obiettivi di business e dal rischio.

Partire dagli obiettivi di business, non dagli strumenti di sicurezza

Un report di cybersecurity organizzato in base alle tecnologie può diventare rapidamente frammentario:

Firewall. EDR. SIEM. IAM. DNS. Vulnerability scanner.

Questa struttura riflette l’architettura di sicurezza, ma non necessariamente le priorità del Consiglio di Amministrazione.

Una sequenza più utile è:

Rischio → Asset aziendale → Trend → Controllo → Decisione

In questo modo si crea un collegamento diretto tra la cybersecurity e le priorità operative e strategiche dell’organizzazione.

Mostrare i trend, non fotografie isolate

I singoli valori raramente offrono un contesto sufficiente.

Quando possibile, il reporting per il Consiglio dovrebbe mostrare:

Valore attuale → Periodo precedente → Obiettivo → Soglia di rischio

In questo modo, chi prende le decisioni può comprendere la direzione del fenomeno e non soltanto il suo stato attuale.

Un KPI in peggioramento, anche se ancora formalmente entro l’obiettivo, può richiedere maggiore attenzione rispetto a un KPI negativo ma in rapido miglioramento.

Aggiungere il contesto aziendale a ogni KPI

Ogni indicatore significativo destinato al Consiglio di Amministrazione dovrebbe aiutare a rispondere a quattro domande:

Che cosa è successo?

Perché è importante?

Quale potrebbe essere l’impatto sul business?

È necessaria una decisione o un’azione?

È in questo passaggio che il CISO smette di limitarsi a descrivere le attività di cybersecurity e inizia a supportare concretamente le decisioni aziendali.

Tenere le metriche operative fuori dalla dashboard del Consiglio di Amministrazione

I dettagli operativi restano importanti.

Devono semplicemente essere presentati al livello appropriato.

I team SOC possono aver bisogno di centinaia di indicatori per operare con efficacia. I responsabili della sicurezza possono necessitare di decine di KPI per valutare le prestazioni.

Al Consiglio di Amministrazione può bastare una selezione accurata di metriche e KRI.

Una maggiore quantità di dati non produce necessariamente più visibilità.

A volte genera soltanto rumore.

Quantificazione del rischio cyber: è possibile esprimerlo in termini economici?

Cybersecurity e finanza hanno tradizionalmente utilizzato linguaggi molto diversi.

La Cyber Risk Quantification (CRQ), ovvero la quantificazione del rischio cyber, cerca di ridurre questa distanza stimando il rischio mediante concetti quali probabilità, frequenza e impatto economico.

Anziché affermare:

“Abbiamo 23 vulnerabilità critiche.”

Un confronto orientato al rischio potrebbe partire da queste domande:

“Quali scenari di perdita potrebbero essere resi possibili da queste vulnerabilità? Quanto sono probabili e quale impatto economico od operativo potrebbero generare?”

Framework come FAIR, acronimo di Factor Analysis of Information Risk, offrono metodologie per affrontare il problema in modo sistematico.

La quantificazione economica può inoltre supportare le valutazioni sul Return on Security Investment (ROSI), aiutando i decisori a confrontare il costo dei controlli con il rischio che tali controlli sono progettati per ridurre.

La quantificazione del rischio cyber non deve creare un’illusione di certezza matematica. La cybersecurity è caratterizzata da incertezza, attori malevoli in continua evoluzione e dipendenze complesse.

Il suo valore è un altro: può creare un linguaggio comune tra CISO, CFO, CEO e Consiglio di Amministrazione.

Allineare le metriche di sicurezza al NIST CSF 2.0

Il NIST Cybersecurity Framework 2.0 offre un’ulteriore struttura utile per organizzare la misurazione della sicurezza.

Le sue sei funzioni principali, Govern, Identify, Protect, Detect, Respond e Recover, consentono alle organizzazioni di collegare gli indicatori alle diverse dimensioni della gestione del rischio cyber.

Govern può includere la governance del rischio, le policy, la propensione al rischio e la supervisione delle terze parti.

Identify può comprendere la visibilità sugli asset, le vulnerabilità e l’esposizione.

Protect può misurare la copertura dei controlli, la protezione delle identità, la security awareness e le tecnologie preventive come il DNS filtering.

Detect può includere l’efficacia del rilevamento e il MTTD.

Respond può comprendere il contenimento e il MTTR.

Recover può includere le prestazioni di ripristino e la cyber resilience.

L’introduzione e il rilievo attribuito alla funzione Govern nel NIST CSF 2.0 sono particolarmente significativi per il reporting destinato al Consiglio di Amministrazione, perché rafforzano un principio fondamentale: la cybersecurity non è una semplice questione operativa o tecnologica. È un rischio aziendale che richiede una governance adeguata.

Metriche di sicurezza DNS: dalla telemetria delle minacce alla risk intelligence

Il DNS occupa un punto strategico nelle comunicazioni Internet, poiché utenti e sistemi si affidano alla risoluzione dei domini prima di raggiungere le risorse online.

L’attività DNS rappresenta quindi una preziosa fonte di telemetria di sicurezza.

I dati DNS possono fornire indicazioni sul rischio aziendale?

Sì, quando la telemetria viene inserita nel giusto contesto.

Una query DNS grezza è un dato operativo.

Una connessione bloccata verso un dominio malevolo è un evento di sicurezza.

Un aumento prolungato dell’attività legata a domini malevoli rappresenta un trend.

Una concentrazione di tale attività tra specifici utenti, reti o aree aziendali può diventare un indicatore di esposizione.

Questa progressione può essere rappresentata così:

Query DNS → Attività malevola → Trend delle minacce → Indicatori di esposizione → Informazioni sulla postura di sicurezza

È questa la differenza tra raccogliere telemetria e produrre intelligence.

Per le organizzazioni che operano con reti, utenti e sedi distribuiti, la visibilità a livello DNS può contribuire a comprendere come evolve nel tempo l’esposizione alle minacce provenienti dal web.

FlashStart applica questo principio su larga scala attraverso un’architettura cloud di DNS filtering progettata per garantire protezione, prestazioni e resilienza. La sua tecnologia combina controlli a livello DNS con intelligenza artificiale e machine learning per la classificazione dei domini, mentre l’infrastruttura globale è progettata per elaborare volumi molto elevati di richieste DNS con una latenza minima.

L’obiettivo non è trasformare ogni evento DNS in una metrica destinata al Consiglio di Amministrazione.

È rendere misurabile la sicurezza a livello DNS, affinché le informazioni rilevanti possano contribuire a una comprensione più ampia della postura di sicurezza dell’organizzazione.

Le metriche di sicurezza devono guidare le decisioni, non soltanto alimentare le dashboard

I moderni ambienti di sicurezza possono generare milioni di eventi e centinaia di potenziali indicatori.

Questo non significa che debbano essere tutti presentati al Consiglio di Amministrazione.

I team di sicurezza hanno bisogno di metriche granulari per analizzare le minacce e gestire i controlli. I CISO necessitano di KPI per valutare le prestazioni di sicurezza. Il Consiglio di Amministrazione ha bisogno di una visione sintetica di rischio, resilienza, trend e potenziale impatto sul business.

L’obiettivo di metriche di sicurezza, KPI e reporting per il Consiglio di Amministrazione non dovrebbe quindi essere misurare tutto ciò che è misurabile.

Dovrebbe essere individuare le informazioni che consentono di prendere la decisione giusta al livello corretto.

Misura le attività per il team di sicurezza. Misura le prestazioni per il CISO. Comunica il rischio al Consiglio di Amministrazione.

Lo stesso principio vale per la sicurezza DNS. La visibilità sull’attività legata a domini malevoli, sulle violazioni delle policy e sui trend delle minacce acquista molto più valore quando la telemetria grezza viene trasformata in security intelligence utilizzabile.

Per le organizzazioni e i provider di sicurezza che gestiscono ambienti digitali sempre più distribuiti, questa combinazione di protezione, visibilità e controllo misurabile può rafforzare sia le operazioni quotidiane di sicurezza sia la comprensione complessiva del rischio cyber.

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Daniele Balducci

Marketing Executive